Stampa
PDF

Il pugno della morte

Postato in catechesi - Riflessione

AddThis Social Bookmark Button

sole-cielodi Don Giacomo Pavanello - © http://www.egioiasia.com

Q

ualche giorno fa mi trovavo presso la parrocchia di Castel del Piano, alle porte di Perugia. Dovevo tenere un corso base di formazione all’evangelizzazione e al primo annuncio. Il parroco, don Francesco, mi invita a presiedere la celebrazione dell’Eucaristia, dicendomi che l’assemblea sarebbe stata composta per la gran parte da genitori i cui figli sono prematuramente partiti per il Cielo. Sono padri e madri che giungono da ogni parte dell’Umbria e anche da fuori regione.


A due passi dalla solennità dell’Ascensione, le scritture mi aiutano nel balbettare qualcosa durante l’omelia. Più tardi, all’interno della preghiera eucaristica, subito dopo la consacrazione del pane e del vino, avviene quel che non avevo preventivato.
“Ricordati Padre dei nostri fratelli che si sono addormentati nella speranza della Risurrezione,…”
Qui inizia il dramma: don Francesco, che concelebrava accanto a me, prende in mano un foglio. Sopra c’è stampata una tabella. Ogni casella è occupata da un nome. Intuisco che sono i nomi dei bambini saliti al Cielo. Il parroco legge ogni nome, con voce stentorea, scandendo con cura, energia e precisione ogni sillaba: “Chiara… Michael… Paolo… Angela…”


Non mi ero preparato al colpo. Non avevo alzato la guardia. Ogni nome è uno schiaffo. Con lo scorrere della lista lo schiaffo diventa pugno che scende giù, fino allo stomaco. Stento a trattenere le lacrime. Ogni nome è un’immagine che si forma nella mia fantasia. Ogni nome è una bara bianca, occhiali da sole neri, volti sfigurati dai perché, silenzio irreale e odore di terra scavata di fresco. Non ho nemmeno la forza di alzare lo sguardo, timoroso di incontrare gli occhi di qualche genitore nel momento in cui sente pronunciare il nome del proprio bimbo. È vero, la vita mi ha personalmente riservato la fatica di dover conoscere la morte, giunta come ospite inattesa, portandomi via l’affetto e la presenza di mio padre. Si sono sprecate le parole a suo tempo “lui è qui, è con te per sempre ora, ti guarda dal Cielo…”. Ma quando si tratta di aver necessità di una spalla, si continua ad abbracciare l’aria.


La preghiera eucaristica giunge alla fine sollevo quindi la patena con l’ostia consacrata. È molto più pesante del solito. Inizia la preghiera del Padre nostro, ma le parole sembrano essere altre: Padre nostro, pemanorché sei nei cieli? Abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno di unità, non di distacchi e di partenze!!!!


Nel 1995, un sabato mattina, salutai Marco per l’ultima volta. Non ci conoscevamo, se non per un “Ciao” sincero scambiato quando ci incontravamo in paese. Il giorno dopo Marco fece un incidente in moto e dopo cinque giorni se ne andò. La rabbia che avevo per Dio in quei giorni era a mille: niente e nessuno poteva calmare la mia ira. Non era giusto! Stop! Fine dei discorsi!
Davanti a quell’assemblea di genitori ho rivissuto lo stesso senso di rabbia e di impotenza. Ancora una volta le risposte non ci sono o, se qualcuno ha le intuizioni migliori, non sono comunque in grado di lenire il dolore dei graffi di certe domande aperte.
La nostra vita è fatta di incontri e di partenze, di acquisti e di perdite. Lo è sempre stato, dagli inizi dell’umanità fino ad oggi. Quanto infinito bisogno di comunione allora! Quanta necessità di stringere relazioni e di restringerle quando si sfilacciano. Penso ai due di Emmaus, che sono tanto simpatici perché tanto simili a noi… speravamo che fosse lui, e invece…


È vero Gesù, speravo che fossi tu a guarire mio papà. Ma non l’hai fatto. Speravo fossi tu a svegliare Marco dal coma. Ma non l’hai fatto. Speravo fossi tu a svuotare le chiese quando si celebrano le Messe per i bambini morti. Ma non l’hai fatto. Speravo fossi tu a fermare la serie dei non-sensi dell’esistenza umana. Ma non l’hai fatto. Speravo fossi tu a dare risposta alla tante mie domande. Ma non l’hai fatto. Mi hai semplicemente guardato negli occhi, in silenzio e hai pianto con me. Mi hai preso per mano e nella tua mano ho sentito la stretta di chi non c’è più. Anche tu te ne sei andato Gesù e ci hai lasciato a contemplare il Cielo, per vedere se tornavi. Non sei tornato, ancora no. Però hai lasciato il sacramento della tua presenza. Quel piccolo pezzo di pane in cui tutti alla fine ci ritroviamo. Quel piccolo e leggero frammento per cui tutti ci fermiamo a tavola. E’ vero: le cose non cambiano. Le assenze restano assenze e le partenze continuano ad esserci. Ma almeno Tu ci sei e ci tieni in piedi, porta per il Cielo. Quella patena alzata era pesantissima: troppe domande la trattenevano sulla tovaglia dell’altare. Ma alla fine, alzata verso l’alto, raccogliendo ogni lacrima, ha portato tutta l’umanità verso il Cielo. E il velo della morte scompare, perché il Cielo si piega sulla terra.