Grazie Papà
Nella mia vita diverse volte ho avuto bisogno di interventi chirurgici ma tutti hanno riguardato funzioni organiche del cuore o altro di simile. Stavolta invece sono stati colpiti gli organi del movimento e perciò, da dopo l’intervento, la riabilitazione sta consistendo nel restituire piena autonomia agli arti.
Al di là del dolore, che per altro è stato comune anche agli altri interventi
chirurgici, in questa fase sto sperimentando l’incapacità di compiere anche il gesto più piccolo senza l’aiuto fraterno di chi, con amore, si è messo a servizio delle mie difficoltà. E’ una gara commovente di sacerdoti e laici che non mi lasciano nelle 24 ore, compresa la notte.
Tutto questo mi sta portando in una meditazione profonda verso la comprensione nella mia carne del disagio dei tanti giovani e meno giovani portatori di handicap; penso ai ragazzi del Piccolo Rifugio, a Luigi, Filippo, Cosimo, Gerardo, e a tutti gli altri che senza qualcuno che provveda alle loro necessità non riuscirebbero ad espletarle. L’atteggiamento di fondo che ho vissuto e vivo, è ancora una volta, con lo sguardo fisso su Gesù, quello del Grazie Papà: certo! Se Dio è il mio papà e mi ama infinitamente, ciò che mi accade, anche se non lo capisco, è un suo delicato e squisito atto d’amore per me e per la Chiesa. E allora, pieno di gioia, gli dico: Grazie, Papà!
Niente altro desidero che quello di fare la sua santa volontà. Ora la fisioterapia, di giorno in giorno, restituisce ai miei arti energia e sicurezza di movimento:
tra breve, a Dio piacendo, potrò essere di nuovo presente, pienamente libero, nella nostra Chiesa: Grazie, Papà!
Una Parola della lettera agli Ebrei mi ha accompagnato e mi ha dato la ragione di quanto mi accadeva, diceva:
“ ogni Sommo Sacerdote viene costituito per il bene degli uomini per offrire doni e sacrifici per i peccati. In tal modo egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anch’egli rivestito di debolezza, a motivo della quale deve offrire per sé stesso sacrifici per i peccati come lo fa per il popolo (Eb. 5,1-3).
Questo è vero anche per voi miei amati confratelli sacerdoti ma anche per quanti, genitori, educatori, insegnanti, dirigenti, datori di lavoro…… sono costituiti in responsabilità per gli altri.
Nel Buon Natale, ormai prossimo, si esplicita l’augurio a tutti di abbandonarsi fiduciosi nelle braccia amorose di Dio, come il Bimbo nelle braccia di Maria, ripetendo in ogni occasione il grazie papà che ci conforma alla passione di Gesù ma che ci fa anche risorgere con Lui.
“ Riconosci, o Cristiano, la tua dignità e, reso partecipe della natura divina, non voler tornare con una vita indegna alle antiche bassezze…” sono parole che san Leone Magno ci rivolge in un sua omelia il giorno di Natale. La nostra dignità non sta nella salute o negli affetti o nelle ricchezze che prima o poi potrebbero venire a mancarci. La nostra dignità sta nello spendere la nostra vita, qualunque sia, comunque sia, a servizio degli altri.
E’ proprio qui, nel servizio, che ci vengono date tante opportunità per acquistare in pieno la nostra vera dignità.
Non posso chiudere questa pagina senza esortare tutti i fedeli a stringersi attorno a quanti sono nella sofferenza, negli impedimenti, nella solitudine, diventando per loro mani ed occhi e cuore per vivere assieme la loro croce; esorto anche le Autorità Civili, l’Asl, le Amministrazioni Comunali a emanare provvedimenti che favoriscano certe situazioni difficili.
Un affettuoso rinnovato augurio di Santo
Natale!
+ Salvatore, vescovo
dall'editoriale della "Parola che corre" - Anno VI n° 4 dell'8 dicembre 2006
Grazie ! Non posso usare parola più adatta. Grazie per la bella festa del 4 gennaio e grazie per quello che poi è accaduto dopo l’operazione del 7 gennaio. Ho sperimentato di vivere in una famiglia, nella bella famiglia della chiesa di Frosinone – Veroli – Ferentino. Ora va bene, vi ringrazio ancora, di vero cuore.In questo tempo passato nell’ospedale di Frosinone, ho pensato, molto. Ho ragionato sulle difficoltà che nella vita tutti incontrano, dai genitori alle prese con i figli, ai problemi del lavoro, ai malati; penso a quelli che soffrono, poveri, vecchi che non si fanno capire e nessuno li ascolta, penso ai carcerati, preoccupati della loro famiglia, per la quale non possono fare niente, penso ai disperati, penso che il mercoledì, qui in ospedale vengono uccisi, con l’aborto, i bambini ritenuti scomodi.
La novità cristiana dovrebbe significare impegno per sostenere tutte queste situazioni. E’ evidente che ci sarebbe bisogno di unire gli sforzi, di mettere insieme possibilità, capacità, conoscenze per risolvere le questioni che tanti angustiano, fino ad arrivare, in qualche caso, a gesti di disperazione.
La Chiesa non vuole sostituirsi a chi ha il compito istituzionale di provvedere ma vuole collaborare, affiancare, mettersi al servizio. La diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino dichiara apertamente il suo impegno a collaborare con tutti per alleviare le ferite di tanti nostri fratelli che soffrono amaramente. “Insieme si può”.
Questo è l’impegno fino a Pasqua! La novità cristiana però non si ferma soltanto all’aiuto materiale ma deve preoccuparsi della vita spirituale, soprattutto di quanti sono “negli inferi”, vivono cioè l’esperienza del peccato, dell’invidia, della gelosia, dell’egoismo, della violenza, dello sfruttamento…
Ho sempre desiderato nella mia vita di battezzato, di prete e di vescovo, vivere completamente abbandonato alla volontà di Dio, come un bambino fiducioso tra le braccia del suo papà.
E’ stato ed è lo sforzo di tutta la mia esistenza. L’esperienza di questi giorni di malattia e di forzato silenzio, mi ha fatto sperimentare con forza quanto costi questo abbandonarsi e, allo stesso tempo, la gioia e la serenità che esso porta inevitabilmente con sé.
Mi ha sempre commosso l’asserto, contenuto nel cosiddetto “simbolo degli apostoli”, dove affermiamo con fede che il Signore Gesù Cristo, Figlio unigenito ed eterno del Padre “…patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi…” Vuol dire che Gesù divenne solidale fino in fondo con l’umanità al punto da provare l’esperienza terribile della morte. Ha dovuto sentire il dramma della lontananza dal Padre, gridando dalla croce il suo sentirsi abbandonato ma, allo stesso tempo ha riaffermato nel suo ultimo respiro il suo abbandonarsi al Padre.
Ho potuto sperimentare in prima persona questo: scendere agli inferi e risalire, accende il desiderio di essere noi stessi per i fratelli strumenti di questa liberazione nel modo e nelle circostanze che il Padre ci chiede. Anche per tutto questo ripeto ancora “in manus tuas !…
Ho ripensato alle nozze di Cana. Maria dice a Gesù: non hanno più vino. Io dico, non abbiamo più forza, Signore, cambia questa nostra debolezza in libertà.
Vescovo
dalla "Parola che corre" - ANNO VIII N° 01 del 16 marzo 2008
| < Prec. | Succ. > |
|---|




