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01Ottobre

XXVII Domenica del tempo Ordinario/A

...comodato d'uso gratuito - http://www.parrocchiauniversitaria.it

XXVII Domenica del tempo Ordinario/A
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I

n quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

(dal Vangelo di Matteo 21,33-43)

N

oi siamo convinti che peccare significhi fare una cosa sbagliata, e in in parte questo è vero. Ma peccare, nel racconto del Vangelo, ha un significato molto più profondo: significa vivere da soli pensando di dove rendere conto solo a se stessi. Il cristianesimo, invece, ci dice che questa vita che abbiamo è in comodato d'uso, non in proprietà, tanto è vero che non ce la siamo data da soli e sopratutto a un certo punto la dobbiamo anche restituire. Ora, pensiamo, chi è più libero? Chi rende conto solo a se stesso, o chi si ricorda che il senso ultimo della propria vita è di QualcunAltro? Ovviamente i primi sono apparentemente quelli che hanno più libertà, ma vivendo così, ad un certo punto tutto gli pesa addosso in maniera disumana, sfiancante, distruttiva. La 'preoccupazione' di vivere ci toglie il 'gusto' di vivere, e così siamo da una parte apparentemente liberi, ma dall'altra siamo solo schiacciati dalla vita. Dio non ci toglie la libertà, ma al contrario la rende possibile perchè crea le condizioni affinchè pur rimandendo infinitamente responsabili delle nostre scelte, viviamo una vita in cui tutto poggia in ultima analisi su di Lui più che se sulle nostre forze e le nostre capacità. Così il nostro destino non è in balia dei nostri fallimenti, ma al sicuro. E' come dire, tornando alla parabola, che possiamo pure non produrre tutti i frutti sperati, ma nessuno metterà mai in discussione la proprietà del campo e della vigna. Solo noi, quando assumiamo uno stile di vita delirante e autosufficente, giochiamo a fare i padroni, uccidendo, bastonando e mettendo fuori dalla nostra vita tutti quelli che ci vogliono riportare dentro noi stessi, dentro la nostra coscienza, dentro la verità delle cose, persino il Figlio stesso di questo Padrone, cioè Gesù. Però per quanto lungo possa essere questo gioco, ad un certo punto finisce, e che cosa ci rimane? Nulla. Questo Nulla, il cristianesimo lo chiama inferno. E' la sensazione elevata all'infinito di avere in mano solo un pugno di mosche. E non saranno quelle mosche a renderci felici. L'unica cosa che ci avrebbe reso felici non era nemmeno la vigna, ma l'amicizia con quel Padrone che si era tanto fidato di noi da affidarci ciò che era Suo. Il cristianesimo chiama Paradiso l'amicizia intensa con questo Padrone, che porta in noi la sensazione elevata all'eternità di sentirsi amati, voluti e compiuti...in una parola felici per davvero. La vigna era solo un pretesto, non aveva bisogno della nostra uva, ma solo della nostra fedeltà.

(La vignetta è di don Giovanni Berti)

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

24Settembre

XXVI Domenica del tempo Ordinario/A

Meglio le prostitute - http://www.parrocchiauniversitaria.it

XXVI Domenica del tempo Ordinario/A
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I

n quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

(dal Vangelo di Matteo 21,28-32)

M

i sarei profondamente offeso anche io se qualcuno mi avesse detto che le prostitute e i ladri sono meglio di me. Ecco perchè capisco la collera continua di certa gente attorno a Gesù. Diciamo pure che quando voleva scuotere gli animi non risparmiava argomenti e paragoni. Ma la questione è molto più profonda del semplice buon nome, di borghese memoria, di cui nel vangelo di oggi viene fatto pubblico attacco. La questione cruciale del Vangelo è la differenza tra il dire e il fare. Molto del nostro cristianesimo ha solo l'etichetta dei propositi, è solo un parlare, un desiderare, un mettere a credere. Noi salviamo solo la faccia, ma la sostanza invece è altrove. il cuore è nel fango e il viso invece è profumato. Crediamo che l'importante è salvare l'apparenza, e così recitiamo innumerevoli copioni davanti agli altri, alla gente che amiamo, ai nostri colleghi, e persino davanti alla nostra coscienza. Dentro di noi, in fondo al nostro cuore invece si consuma una vita senza direzione, senza vere scelte, senza la pretesa di felicità vera che trasfigura tutto. Noi pensiamo che basta emozionarsi per qualcosa per dire a noi stessi e agli altri di averla davvero vissuta. Nella fede, ciò che conta, non è la facile emozione, nella fede conta la fatica di mantenere una decisione vera, radicale, asciutta, unica, esclusiva rispetta alla propria vita. Noi confondiamo la Verità o l'Amore con l'emozione, mentre la Verità e l'Amore a volte non emozionano affatto, ma sono assolutamente esigenti nei confronti della nostra libertà. Non danno zuccherini, esigono carattere da parte nostra. Una vita senza carattere, una vita senza la fatica dlel'amore, della verità, della fede è solo apparenza, è solo salvare la faccia. Per questo i ladri e le prostitute sono meglio di noi, perchè avendo toccato il fango esterno oltre quello interno, sono più predisposti a mettersi in gioco profondamente davanti al messaggio di Cristo. Lo prendono più sul serio, lo seguono davvero. Noi, invece, Gesù e la fede, li cestiniamo subito appena ci ricordano la 'fatica' del vivere. Di Gesù vorremmo solo la 'gioia' di vivere, ma una gioia che non ci costa nulla in termini di libertà, di impegno, di sacrificio, di compromissione personale, allora non è una gioia affidabile, è la solita fregatura che il male ci svende, mescolando le cose vere con le cose finte. Diffidate dalle cose gratis. E lo sanno bene le prostitue e i ladri, tutto ha un prezzo, ma quello che fissa Dio non comporta rinunce legate alla nostra dignità, alla nostra libertà, al senso della nostra vita. Il mondo e le sue logiche ci domandano di pagare in termini di dignità, carattere, libertà. Cristo stabilisce un prezzo faticoso ma umano, e questo prezzo è la nostra "decisione di fondo", quella che prendiamo nel cuore, quella che è più importante di ciò che diciamo con la bocca e che la si vede nel "fare" più che del "dire". Un detto dice che "tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare", il vangelo corregge questo detto dicendo che "tra il dire e il fare ci siamo di mezzo noi e la nostra libertà". (La vignetta è di don Giovanni Berti)

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

18Settembre

XXV Domenica del tempo Ordinario/A

presi a giornata - http://www.parrocchiauniversitaria.it

XXV Domenica del tempo Ordinario/A
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I

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

 

 


Starordinaria la parabola che Gesù racconta oggi. Essa risponde a una domanda chiave: chi è Dio? Dio è uno che "ti prende a giornata". Egli è Colui che riempie di "scopo" la nostra vita. Senza di Lui c'è solo una vita fatta di sopravvivenza, una vita che non dà pane, che non produce impegno, che non porta a casa guadagni. E il Vangelo la sintetizza in poche battute: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. E' la condizione di tanti di noi. Viviamo pieni di tantissime cose da fare ma sostanzialmente ci sembra sempre di non far niente, perchè non proviamo nessun gusto per tutto quello che facciamo. Ci sembra che nessuno ci ha mai preso davvero a giornata, cioè ha investito qualcosa di serio su di noi. E noi nel frattempo tiriamo a campare. Ma il Vangerlo di oggi sfonda le aspettative della speranza perchè aggiunge un dettaglio che non è di poco conto: fino a che punto possiamo sperare di dare una svolta all nostra vita? al nostro matrimonio? al nostro lavoro? alle nostre relazioni? Non è forse vero che a volte certe cose ormai sono senza ritorno, senza possibilità di cambiamento? Questo è quello che pensiamo noi. Ma Gesù nel Vangelo di oggi ci dice che "ogni momento è quello giusto" (rubando la battuta a una nota pubblicità). Non è mai troppo tardi! Non siamo mai irreversibilmente nella condizione di poter svoltare la qualità della nostra vita. Davanti a Dio non è mai la quantità che conta ma la qualità. A volte bastano 10 minuti di vita vissuti bene a salvare un'intera vita dissipata e carica di errori. Agli occhi nostri, come a quella dei servi della parabola, ciò può sembrare poco giusto. Agli occhi di Dio non c'è torto ma passione per ciascuno di noi e per le nostre storie. E per amore di questo non ha paura di esporsi alle critiche sindacali dei servi, ben sapendo che non toglie a qualcun'altro per far preferenze, ma al contrario toglie a se stesso per non lasciare nessuno senza il necessario. Nella logica del mondo Dio sarebbe stato un'imprenditore fallimentare, ma a quanto pare nonostante le nostre previsioni la sua impresa è riuscita contro ogni prognostico. Forse perchè la nostra giustizia parte da presupposti diversi dei suoi. E forse perchè l'economia di Dio ruota attorno le persone e non al profitto personale...

(La vignetta è di don Giovanni Berti :) )

 

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

03Settembre

XXIII Domenica del tempo Ordinario/A

XXIII Domenica del tempo Ordinario/A
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I

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

La sintesi del Vangelo di oggi è straordinariamente chiara, è la risposta giusta che Caino non seppe dare quando Dio gli domandò dov'era il fratello: "Caino dov'è tuo fratello? e lui rispose: sono forse io il custode di mio fratello?"; in realtà lo aveva ucciso e tentava di farla franca. Il Vangelo di oggi ci dice di si, ci dice che siamo noi i custodi dei nostri fratelli. Il Vangelo bandisce l'indifferenza dalla nostra vita. Per Cristo noi siamo infinitamente responsabili delgi altri e non possiamo trincerarci dietro la retorica della libertà per mascherare la nostra indifferenza nei confronti del bene o del mal nella vita degli altri. Tutto ciò che possiamo fare dobbiamo farlo. Rispettare la libertà degli altri non significa abbandonarli al loro destino, ma tentare tutto ciò che è lecito, affinchè quel destino sia buono. Il segreto vero del cristianesimo è la presenza di Cristo che si manifesta non nella nostra solitudine ma nell'unità con gli altri. Quando tu ami qualcuno, quando vuoi sinceramente bene a qualcuno, allora quel bene è il nome di Dio, quel bene è il luogo dove Cristo abita, quel bene è efficace, strappa miracoli al cielo, strappa miracoli possibili solo a chi ama sinceramente: "Perchè dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro".

(La vignetta è di don Giovanni Berti )

© http://www.parrocchiauniversitaria.it

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

28Maggio

Sesta Domenica di Pasqua Ciclo A

Deus absconditus - estratto dal sito http://www.egioiasia.com

Sesta Domenica di Pasqua Ciclo A
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I

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.
Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.
Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

“Non vi lascerò orfani”: la promessa di Gesù squarcia la solitudine che tante volte sperimentiamo. Distrugge quelle disperazioni che non ci fanno vedere più nulla. Dissipa quelle emozioni forti che oscurano il cielo sopra la nostra testa quando il mondo non gira per il verso giusto. Ma questa promessa ha una modalità di accadere. Essa accade attraverso e per opera dello Spirito Santo, il grande nascosto/presente, Colui che notte e giorno, in maniera sotterranea scava in noi e negli eventi della nostra vita, vie di luce, di libertà, di verità. Lo Spirito Santo è come l’aria per la musica: attraverso di essa i suoni ci giungono e ci riempiono di diletto, di gioia. Senza questo invisibile ponte, la musica sarebbe una bellezza muta, chiusa in se stessa. Lo Spirito Santo è quest’aria trasparente che apre i passaggi al dito di Dio, essendo quest’aria stessa Dio. E il nome altro per chiamarlo è Paraclito, cioè avvocato difensore. E ci difende da chi e da cosa? Dal male innanzitutto, ma anche da noi stessi, dalle nostre cadute, dalle nostre chiusure, dai nostri balordi tentativi di autosufficienza. Come se essere liberi significhi essere soli.

“Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. Lo Spirito è tutta questa sovrabbondanza di Amore che sgorga e rifluisce dal Padre al Figlio, e dal Figlio a noi…Anche se questa Verità possiamo solo sperare di viverla più che capirla fino in fondo.

Oggi, Gesù ci dice che la Sua presenza non diventerà mai assenza per chi lo segue, cambierà solo modalità, e questa modalità è lo Spirito Santo.

Vieni Spirito Santo, Vieni per Maria

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22Maggio

Quinta Domenica di Pasqua - Ciclo A

Io sono la via, la verità e la vita

Quinta Domenica di Pasqua - Ciclo A
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I

n quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. 
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Leggere il Vangelo di Giovanni a volte è un’esperienza faticosa. Ti ritrovi davanti a paesaggi che non riesci ad addomesticare con le parole, a renderli pratici, utili per la vita di ogni giorno. Ma essendo Parola di Dio, essa non rimane mai senza frutto, senza conseguenze, anche quando non dissipa immediatamente la confusione che crea nella testa. Ma nel Vangelo di oggi non si parla di testa ma di cuore. “Non sia turbato il vostro cuore”, dice Gesù ai discepoli che intuendo che Gesù sta per lasciarli, affogano nella tristezza, nella nostalgia, nella confusione. La vita, a volte, cambia. E cambiando ci mette in crisi perchè non è più come l’abbiamo vissuta per anni, per giorni, per mesi. E quando cambia sembra che in qualche maniera ci tradisca. A volte cambia perchè muore qualcuno che ami, perchè perdi il lavoro, perchè ti accorgi che è finita l’infanzia, o la giovinezza. O perchè è finita una stagione della tua storia. Di certo essa cambia. Ma c’è una cosa che non cambia mai: Chi ci ha fatto fare questo viaggio così imprevedibile della vita, cioè Dio.

“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Che tradotto significa : “fidatevi”. Fidatevi di ciò che non comprendete fino in fondo (Dio Padre), e fidatevi di ciò che avete davanti ai vostri occhi (Gesù), cioè la realtà che vi sta davanti. Una doppia dose di fiducia nel mistero della vita e in ciò che vediamo e che molto spesso si mostra contraddittorio, non risolutivo, troppo umano.

“Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Gesù rispondendo all’interrogativo infuocato di Tommaso indica davvero una strada. La casa del Padre la si raggiunge non nel distacco dalla realtà ma attraverso la realtà. Il cristianesimo non è una via ascetica di presa di distanza dal reale, da ciò che esiste davanti a noi. Ma è un cammino che ti chiede di passare seriamente, appassionatamente, totalmente nelle cose che hai davanti, con la continua consapevolezza che prendendo sul serio la realtà, prenderai sul serio Dio. Chi vive cercando di non scappare dalla sua vita, da ciò che è a volte è costretto a vivere, ma affrontando, allora sperimenta la Verità, sperimenta veramente la Vita, e percorre una Via di senso che lo conduce verso un destino buono.

Seguire Gesù non significa fuggire dal mondo. Non significa rinchiudersi nella propria testa. Non significa semplicemente sopportare la vita. Seguire Gesù significa entrare nel mondo, immergersi dentro la realtà che ci circonda e fare una cosa che solo noi possiamo fare: amare. E chi ama lascia il segno, non lascia mai il mondo come l’ha trovato, lo lascia migliore. Questo è il motivo per cui si fraintende la vita contemplativa o di clausura dei monaci e delle monache, perchè pochi riescono a capire che la distanza apparente che creano da ciò che li circonda non è una via di fuga ma un’immersione ancora più profonda nel cuore della realtà.

Non basta desiderare di arrivare da qualche parte, bisogna trovare il coraggio di percorrere la strada che ci porta fin lì, altrimenti il viaggio altro non è che un sogno vuoto dentro la nostra testa. E non saranno certo i sogni a renderci felici, ma bensì i tentativi di realizzarli.

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14Maggio

Quarta Domenica di Pasqua - Ciclo A

Io sono la porta! - http://www.egioiasia.com

Quarta Domenica di Pasqua - Ciclo A
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I

n quel tempo, Gesù disse: 
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Vorrei iniziare questi appunti sul vangelo della domenica a partire dalla fine: “ladri e briganti”. E’ così che Gesù chiama tutti coloro che entrano nella nostra vita con la pretesa di rispondere alla domanda di senso e di felicità che ci portiamo dentro. Nessuno può fingere di essere il sole. Il meglio che qualcuno possa fare è riflettere la luce del sole e indirizzarcela addosso. Ma chi si sostituisce al sole in realtà ci inganna. Chi ci ama, invece è come un riflesso luminoso del sole. Un marito, una moglie, un figlio, un lavoro, una vocazione, sono davvero veri solo se riflettono una luce che non è solo la loro, ma è in realtà la luce di Cristo. E questo accade ogni qualvolta che qualcuno ama appassionatamente e con l’unica gioia di amare senza tornaconti nascosti. Una madre non chiede il conto al figlio per la sua dedizione, ma a volte capita che il possesso abbia la meglio sull’amore e così una cosa meravigliosa come la maternità diventa una cambiale. Solo Cristo non dà fregature, e amare veramente significa fare come Egli ha fatto, amare come Egli ha amato.  Imparare l’amore significa smettere di essere “ladri e briganti” nella vita degli altri, con le false vesti di amici e parenti. Noi stiamo con Cristo perchè vogliamo imparare una qualità d’amore che solo Lui sà dare e sà insegnare. Non andiamo a Messa la domenica per hobby o per abitudine, ma per necessità. E’ la necessità di chi vuole imparare a stare al mondo così come ha fatto Lui.

Ma Lui, per questo motivo, è l’unico porta d’ingresso a una vita diversa. Nessun altro può darci una vita diversa. Il male cerca di ingannarci, suggerisce scorciatoie, e ingressi alternativi che portano solo a vicoli ciechi. Quante volte pensavamo che qualcuno o qualcosa ci avrebbe fatto felici e invece siamo rimasti traditi e devastati. Niente che non si fondi su Cristo, cioè su un’Amore che Gli somiglia, può reggere veramente.

Ma qual’è la strada da percorrere? Chi ci guiderà in questo apprendistato? Lui stesso, poichè, come ci ha ricordato il Vangelo di oggi, Egli “cammina davanti ad esse (le sue pecore)”, attraverso la riflessione sulla Parola di Dio, la preghiera, l’Eucarestia, la passione per le cose di ogni giorno. Peccare allora è smettere di seguirlo e metterci noi stessi in pole position, improvvisando direzioni e scegliendo casualmente o con criteri di giudizio troppo miopi. E peccare significa smettere di vivere veramente una vita degna di essere vissuta, poichè solo Lui dà una vita carica di senso e la dà non risicata ma “in abbondanza”.

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

03Maggio

Domenica della Divina Misericordia - In Albis

Domenica dell’Ottava di Pasqua - Festa della divina misericordia

Domenica della Divina Misericordia - In Albis
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Q

uesta domenica ottava di Pasqua era anche detta, in passato, domenica in Albis, perché i fanciulli battezzati nella notte di Pasqua, deponevano le bianche tuniche, dopo essere stati festeggiati per otto giorni. Oggi Papa Benedetto beatifica Giovanni Paolo II, il PAPA ‘’SANTO’’ , CHE TUTTI ABBIAMO CONOSCIUTO E AMATO.

Egli ha voluto introdurre la festa della Divina misericordia. Santa Faustina, con il suo cuore divino e misericordioso di Gesù, ci ha rivelato e trasmesso il messaggio dell’amore misericordioso “Fai dipingere un quadro come mi vedi, il mio sguardo è lo stesso che avevo sulla croce, pieno di amore misericordioso per i peccatori”. Nel dipinto notiamo che dal cuore di Cristo partono dei raggi bianchi e rossi, simboli dei sacramenti del battesimo ed dell’eucarestia.

Gesù risorto, sempre ci mostra il suo cuore infinito,conservando i segni della sua gloriosa passione! Voglio riprendere un episodio della vita di Santa Faustina. Nell’ospedale, quasi morente, prego Gesù di ricevere l’Eucarestia, infatti non poteva morire senza ricevere il corpo del CRISTO! Gesù le manda un angelo che per 13 giorni veglierà e farà la SS. Comunione alla Santa. Facciamo Pasqua cari fedeli ritornando alla grazia e alla gioia e alla gioia del nostro battesimo e della nostra prima Comunione.

Andiamo dai sacerdoti cari fratelli, ministri della misericordia,ricevendo i sacramenti Pasquali della confessione e comunione, facendo felice anche il nostro caro beato Papa che dal cielo ci ripete “NON ABBIATE PAURA Di CRISTO,ANZI SPALANCATE LE PORTE A LUI”.

Egli ci ama e ci dona la sua vita divina e resta sempre con noi.

Ci farà risorgere!!!

AMEN! ALLELUIA!

Written by don Mario, Posted in commento

23Aprile

La fatica della gioia - Pasqua 2011

La fatica della gioia - Pasqua 2011
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http://www.egioiasia.com/

S

iamo così abituati al finale del Vangelo che forse ne abbiamo perso tutta la portata rivoluzionaria. E’ come se a noi cristiani la resurrezione non cambi effettivamente le carte in tavola. Ci pare che sia più convincente la croce, il venerdì santo. E così viviamo costantemente come cristiani del venerdì santo, smemorati della domenica della Pasqua. Il dolore pare avere più argomenti della gioia. Anzi pare che esso sia totalizzante, concreto, reale, mentre la gioia è solo una pia illusione che scompare subito davanti alla crudezza della realtà.

Non ho conosciuto molta gente disposta a scommettere sulla gioia, mentre ne ho conosciuta tanta che non aveva bisogno di molte argomenti per assumere la smorfia del dolore. Gesù viene a portare nella storia un finale diverso. Non è la promessa di qualcosa che dovrà accadere, ma esattamente l’evidenza di una cosa che è accaduta già e che si espande come un onda d’urto fino alla fine del mondo e della storia, cioè la Sua Resurrezione.

E oggi dov’è quest’onda d’urto? Dove si nasconde? Come fa il mondo a vederla e ad aggrapparsi ad essa? Siamo noi quest’onda d’urto, siamo noi quel moto perpetuo di gioia e senso che Cristo ha innescato. Solo attraverso la nostra vita la resurrezione può toccare la storia. Cristo nascosto dentro la nostra umanità.

Ma ci sorge una domanda: come convivono i nostri venerdì santo con l’imperativo della pasqua? Che fine fanno i nostri problemi, le nostre ansie, le nostre paure, le nostre fatiche, i nostri dolori davanti al mattino di pasqua? Essi sono tutti lì, ma non come una sentenza definitiva ma come un “passaggio” che ci conduce altrove. Cristo non ci salva dai problemi, dalle ansie, dalla paura, dal dolore. Cristo ci salva attraverso i problemi che viviamo, le ansie, le paure che proviamo, i dolore che soffriamo. Cristo non ci salva dalla croce ma attraverso la croce.

Qui risiede la nostra gioia, sapere che tutto ciò che ci mortifica, che ci tormenta, che mette a dura prova la nostra pace, è solo un tempo che passa e che ci conduce su terra sicura.

La gioia dei cristiani non è la gioia ingenua dei cretini, ma la gioia sudata dei credenti, cioè di coloro che hanno il coraggio di vivere la settimana santa fino alla domenica senza fermarsi o arenarsi rassegnati alle pendici di qualche oscuro venerdì santo. E per questo vivono la gioia come una direzione da prendere ogni mattina, rischiando tutto.

Buona Pasqua a tutti.

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

23Aprile

“Scelse” di essere morto e discese agli inferi

Sabato Santo

“Scelse” di essere morto e discese agli inferi
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di don Sergio Reali - © http://www.egioiasia.com

Oggi è un giorno che nella sua  densa simbolicità  ci mette in grande imbarazzo !

Il “verbo-parola del Padre, che rompendo l’eterno silenzio del nulla ha tratto all’esistenza “tutto ciò che esiste” tace. “La morte e la vita che “si sono affrontate in una grande battaglia” e il Signore della vita, appare oggi inesorabilmente sconfitto.

Eppure questo  abisso di silenzio, e di  nascondimento è più eloquente di tante parole. Questo giorno di apparente eclissi di Dio  esprime la fondamentale verità, enunciata nel simbolo della fede, che cioè Cristo è disceso negli inferi per colorarli di cielo, è penetrato nel mistero della morte per sconfiggerla  definitivamente. Questa verità teologica sta alla base della spiritualità e dell’azione pastorale di Nuovi Orizzonti e, pertanto,  è stata più volte approfondita  e meditata in ritiri ed incontri. Senza la pretesa di aggiungere nulla vorrei qui condividere fraternamente  con voi solo  alcune riflessione di carattere teologico e spirituale.

Il fatto che sia  disceso nello shêol, significa anzitutto che il Verbo incarnato  ha condiviso in tutto l’abisso del nostro destino umano fino a fare esperienza della  morte. Il Sabato santo è pertanto la concretizzazione ultima e più alta dell’incarnazione  (cfr Gv 1,14; Fil 2, 6-8), è il momento dell’estrema “debolezza  di Dio” ma anche la premessa della sua definitiva vittoria. In altre parole – come più volte Chiara ci ha ricordato nelle sue meditazioni – nel momento stesso in cui la morte fagocita il Cristo e appare vittoriosa, essa assume il suo veleno e “muore”. Dopo il venerdì santo, dopo la croce, la morte  stessa  viene trasformata: essa non è più l’antitesi dell’esistere o il luogo della non relazione (cfr ad esempio Is 38,11.18) ma il luogo di un abbraccio definitivo, la condizione  che immette nell’eternità. Oltrepassando la soglia della morte, l’uomo incontra sempre e nuovamente colui che è la vita, e che è voluto divenire il compagno della nostra solitudine ultima. E questo è vero non solo per coloro che  vengono cronologicamente  dopo l’evento Cristo ma anche per coloro che lo hanno preceduto. La discesa agli inferi compie infatti una rivoluzione cosmica, rompe  limiti temporali e inserisce nell’eternità beata le anime dei giusti che attendevano di essere liberate. E’ in questo senso che va intesa l’espressione  “Cristo è il primogenito dei morti” (cfr Ap 1,5).

Gridando sulla croce la sua solitudine e, allo stesso tempo, il suo abbandono al progetto del Padre, Gesù si è fatto partecipe delle nostre angosce  ma  “scendendo agli inferi” ci ha garantito che neanche la morte ci può separare da lui: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (…) Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (cfr Rm 8, 35.38-39)  e che nella morte “la vita non è tolta ma trasformata”.

Lungi dall’essere un giorno vuoto, il sabato santo è la sintesi dialettica di quanto lo precede nel declinarsi del Misero di Cristo; è il silenzio che fa da sfondo al grido vittorioso dell’alleluia pasquale.

Non dobbiamo però dimenticare che l’evento salvifico che si realizza in Cristo  è un evento che rientra  nell’economia trinitaria.  In altre parole tutto ciò  che Gesù compie rientra in un progetto della Unitrinità Santissima e che pertanto Egli agisce come persona divina. Il sabato santo è pertanto (per analogia molto impropria ) il giorno in cui  Dio “si fa” morto  come espressione della sua radicale solidarietà con noi uomini. Il mistero più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più chiaro di una speranza che non ha confini. Questo “farsi morto”, questo “mettersi in silenzio” di Dio è, a mio giudizio, un’altra manifestazione altissima di solidarietà. In questo modo infatti Egli si fa solidale con quanti, atei, agnostici, indifferenti vivono in concreto la sua assenza. L’apparente silenzio di Dio è forse il suo modo particolarissimo di comunicare con l’uomo,.

Mi vengono qui in mente le terribili parole  che F. Nietzsche mette sulla bocca dell’uomo folle: …Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! (…). Si racconta ancora che l’uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?” (Cfr F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 125).. Dio non è morto ma “ha voluto essere morto”, ma soprattutto non “resta morto”. Le nostre chiese, le nostre assemblee liturgiche non sono “i sepolcri di Dio” ma sono (o almeno dovrebbero essere) la proclamazione della sua eterna ed irreversibile vittoria.  Ecco il mistero di questo giorno!

Contempliamo oggi colui che, facendosi solidale con ogni figlio di Adamo, “morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha (ri)dato a noi la vita” (cfr. prefazio della veglia pasquale)   e con la vita la pienezza della gioia. Oggi non è il giorno del lutto ma dell’attesa: “ …il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi” (Cfr. P.G. 43,439 – seconda lettura dell’Ufficio del sabato santo).

Il meraviglioso carisma che Dio ci ha affidato e che la Chiesa ha recentemente riconosciuto e fatto proprio, trova in questo giorno “imbarazzante” il suo fondamento. A noi è richiesto fare il mestiere del nostro Dio: chiamare “quanti giacciono nelle tenebre e nell’ombra di morte”  alla gioia della liberazione, scendere con Cristo nell’abisso di dolore –amore di cui il sabato santo è icona e luogo.

Come le donne del vangelo, anche noi oggi  vegliamo accanto al sepolcro dove il Signore apparentemente dorme… la Resurrezione è certa , la liberazione pure!

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17Aprile

Domenica delle Palme 2011

ApPASSIOnato

Domenica delle Palme 2011
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Ormai siamo interiormente alle porte di Gerusalemme, stanchi di quaranta giorni in cui abbiamo cercato di mantenere la direzione giusta. E a queste porte qualcuno mette nelle nostre mani ramoscelli d’ulivo per acclamare a Gesù che entra come un re vittorioso nella città di Gerusalemme. Questa è la domenica delle palme: è far entrare per la porta un Cristo con tutto l’entusiasmo del mondo, per poi farlo uscire poco dopo, picchiato, insultato, condannato perchè reputato troppo esigente per rimanerci dentro.

Siamo noi la Gerusalemme su cui Cristo piange scorgendola da lontano. Siamo noi quelli che dicono di credere quando credere è conveniente. Siamo noi quelli che trovano mille scuse e attenuanti per metterlo fuori dalla nostra vita, crocifiggendolo nell’indifferenza, nello sprezzo totale fuori dalle porte di Gerusalemme.

Persino gli amici scappano, persino chi gli è affezionato ha paura. Ma il cristianesimo inizia quando abbiamo il coraggio di far entrare Cristo dentro la nostra vita non a galoppo dell’entusiasmo ma consapevolmente, sapendo quanto a volte è alto il prezzo della Sua permanenza dentro i nostri giorni. Perchè Cristo non si accontenta. Cristo vuole che voliamo alto e non che ruspiamo a terra fingendo di essere dei polli quando invece siamo nati aquile (scriveva Antony de Mello).

Oggi Gesù entra in Gerusalemme acclamato da quella stessa folla che qualche giorno dopo urlerà: “Crocifiggilo”.

La vera conversione è uscire da quella folla sia quando grida Osanna che quando urla Crocifiggilo. La vera conversione è non seguire la massa  ma decidere da se stessi, come Giovanni, come Maria, con Maria di Magdala, come Pietro che piange, e come tante altre singole persone che nonostante la paura e gli errori fanno la differenza perchè decidono da se stessi.

Pasqua è smettere di essere “pecore” per diventare “persone”.

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

10Aprile

Quinta Domenica di Quaresima Ciclo A

IL SILENZIO DI LAZZARO

Quinta Domenica di Quaresima Ciclo A
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I

n quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Ques’altra lunga pagina del Vangelo di Giovanni è impossibile riassumerla in poche riflessioni. Mi riservo di tediare di persona la gente che verrà a messa oggi e di lasciare invece un’unica suggestione per il nostro blog.

Il racconto della resurrezione di Lazzaro è come un complesso quadro dove domande, pianti, attese, disperazioni, dubbi, filosofie, cammini, ritardi, si intersecano in un crocevia narrativo. Ma c’è un silenzio che salta subito all’attenzione di chi legge bene il testo. E’ il silenzio di Lazzaro. Eppure è di lui che si parla. E’ lui l’oggetto del contendere. Ma Lazzaro tace. Non c’è la registrazione di una sola parola, neppure il grazie dopo la resurrezione. C’è qualcun altro che parla per lui: le sorelle.

Lazzaro rappresenta quello stato tremendo dell’animo umano, quando chi soffre, chi vive una difficoltà, arriva a un punto di non ritorno, di morte. Non ha più parole, più speranze, più desideri da domandare. Non prega più, non chiede più, non si aspetta più nulla. Eppure, nonostante a volte le circostanze assomiglino a sepolcri sigillati e irreversibili, c’è qualcosa che può cambiare tutto: è l’INTERCESSIONE di chi ci vuole bene. Infatti sono le sorelle di Lazzaro a domandare a Gesù qualcosa, e la loro insistenza ottiene un capovolgimento totale della realtà. Il cristianesimo è riassunto nell’azione di queste donne.

Il cristianesimo non è solo una salvezza personale, è innanzitutto un “chiedere anche per gli altri”, per chi non chiede più, per chi non si aspetta più niente, per chi non crede più in niente.

Intercedere è una delicatezza che dovremmo imparare tutti. Solo così molti sepolcri torneranno vuoti, e molti “morti” torneranno a vivere e a gustare cosa significa esistere.

Credere è un’azione fatta anche (e forse sopratutto)  in funzione degli altri. Non si crede solo per se stessi.  Il mondo ha bisogno di intercessione. I Lazzaro della storia attendono che qualcuno prenda a cuore la “loro morte” e domandino a Gesù di tornare a provare compassione, di scoperchiare le pietre sigillate di certe tombe e gridare ancora una volta il verbo di movimento più del vangelo: “vieni fuori”.

Written by Don Luigi Maria Epicoco, Posted in commento

03Aprile

Quarta Domenica di Quaresima Ciclo A

DOMENICA DEL CIECO NATO

Quarta Domenica di Quaresima Ciclo A
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I

n quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita; sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.

La lunga e tortuosa vicenda del cieco nato, che leggiamo oggi nel vangelo è il tipico esempio di indigestione da burocrazia.

La vicenda è molto semplice: Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e lo guarisce. Quell’uomo, che non sà nemmeno cosa sia la vertigine degli orizzonti della vista,  vive su di sè i sintomi dell’incontro con Cristo. Vive questi sintomi senza nemmeno sapere bene chi è che lo ha guarito. Senza nemmeno sapere bene chi fosse Gesù. Ma questa guarigione è scomoda perchè infrange il regolamento della chiusura settimanale del sabato. Infatti il giorno del sabato è il giorno in cui non è permesso fare assolutamente nulla agli ebrei. Gesù crede che quest’uomo valga più di questa regola, così infrange il divieto. Non vuole screditare Mosè, vuole solo ricordare a tutti che le regole servono agli uomini e non gli uomini alle regole. Inizia così una lunga diatriba in cui il cieco nato cerca di riportare tutti alla concretezza dei fatti e non alla retorica della legge, della teologia, dell’interpretazione: “Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo”. Che tradotto significa semplicemente che a volte Dio è nell’evidenza dei fatti e non il risultato di un qualche contorto ragionamento. Solitamente il nostro attaccamento sembra essere più forte verso i “ragionamento contorti”, i “pregiudizi”, i “calcoli”, e non semplicemente nei nudi e crudi fatti. I farisei nel Vangelo di oggi non hanno occhi per accorgersi della gioia di un uomo che è tornato a vedere; non hanno occhi per accorgersi che le regole servono ma solo finchè non schiacciano la dignità delle persone. Per loro conta solo la “burocrazia” della Legge di Mosè, non sono disposti a “umanizzare” il loro metro di giudizio. Con l’unica differenza che la loro burocrazia non avrebbe mai fatto aprire gli occhi a questo cieco; invece l’apparente trasgressione di Gesù ottiene il miracolo.

Troppe volte il nostro cristianesimo è eccessivamente “burocratico”, e raramente si ricorda che le regole sono come un sentiero che ci conduce più sicuramente ad una meta. Ma mai una regola può diventare una meta. Le regole, i ragionamenti, le interpretazioni non sono la chiave di lettura del mondo, bensì il risultato della constatazione di un fatto. I fatti della nostra vita, per quanto a volte siano incomprensibili, e dolorosi, valgono molto di più dei nostri ragionamenti e delle nostre conclusioni. Perchè Gesù si manifesta nei fatti e non nei ragionamenti contorti. Noi dobbiamo esseri fedeli alla realtà e non a quello che noi pensiamo della realtà. Il che significa che noi dobbiamo essere fedeli a Gesù (cioè la realtà) e non fedeli all’immagine di Lui che ci siamo fatti dentro la nostra testa (cioè i nostri ragionamenti contorti).

La conversione del Vangelo di oggi ci chiede concretezza più che filosofia.

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27Marzo

Terza Domenica di Quaresima Ciclo A

La brocca dimenticata

Terza Domenica di Quaresima Ciclo A
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I

n quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua. Vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». Molti Samaritani di quella città credettero in lui. E quando giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

C’è una cosa che mi ha sempre colpito nei Vangeli: l’indicazione degli orari. Raramente si danno indicazioni in tal senso. Raramente si parla di ore. Ma ogni volta che se ne parla è perchè ciò che sta accadendo ha bisogno di essere registrato in tutti i dettagli spazio- temporali. Il Vangelo di oggi è un Vangelo di mezzogiorno. Un’ora in cui la fame e la sete si fanno sentire. Gesù incrocia una donna ad un pozzo nella città di Sicar, in Samaria. A quella donna rivolge una richiesta che ripeterà solo un’altra volta, in un altro mezzogiorno della sua vita. L’ultimo. Sulla croce Gesù urlerà la sua sete. “Ho sete”! Ma l’acqua, i pani, i pozzi, le brocche del vangelo di oggi solo solo metafore che Gesù usa per raccontare il suo intimo bisogno di vederci felici. Egli ha sete di noi. Ha sete di vederci felici. Come una madre e un padre che godono per la gioia dei figli. Come un’amante che cerca mille modi per stupire e far sorridere chi ama. Siamo figli di un Dio bisognoso. Un onnipotente che si fa mendicante di noi. Quella donna si sente scoperta da Cristo. Eppure, nonostante la contraddizione della sua morale, diventa un messaggero, un megafono eloquente per tutta quella città. Quella donna impastata di contraddizioni e di cadute è ciò che Cristo sceglie per parlare all’intero popolo della città di Sicar. Non sono i nostri meriti a renderci utili, è la fiducia in Gesù nonostante i nostri peccati a salvarci. Quella donna lascia davanti a lui la sua brocca. E’ una brocca vuota. Una brocca consumata. Quella brocca è il suo cuore. Ma tornando non sarà più vuota, sarà piena di altra acqua, quella che disseta per sempre, quella che solo Cristo può dare. A volte il nostro cristianesimo e la nostra vita acquistano davvero senso quando abbiamo il coraggio di dimenticare il nostro cuore davanti a Lui. Di non riempirlo più da soli con le acque inquinate del mondo. Di accettare che sia vuoto di meriti e di successi, ma di confidare che Gesù non ha bisogno di cristalli per riempire  i nostri otri. Gesù non ha ritegno per la nostra pochezza. Ha bisogno solo del gesto audace di questa donna che dimentica volutamente il proprio cuore ai piedi dell’unica vera fonte che disseta sul serio la nostra sete di senso e di felicità.

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19Marzo

Seconda Domenica di Quaresima Ciclo A

anche noi possiamo godere la visione della gloria di Dio

Seconda Domenica di Quaresima Ciclo A
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Mostrami Signore il tuo volto
Vedere  il volto di Dio, bellezza infinita è stare in Paradiso, è felicità eterna. L'uomo fatto di terra e di peccato è incapace di contemplare direttamente il Signore. Può farlo solo atraverso ciò che è stato creato. Gesù, incarnato, facendosi in tutto come noi, eccetto il peccato, c'ha redenti con la sua morte in Croce. "Senza spargimento di sangue non c'è salvezza" (lettera agli Ebrei)
Gli apostoli che amano Gesù, si rifiutano di accettare il suo linguaggio di morte. Ecco allora il miracolo che Cristo, venendo incontro alle loro debolezze, sul monte Tabor, anticipa la sua Resurrezione. Gesù conferma lòa sua divinità e da agli apostoli una lezione salutare: devono credere al suo amore e seguirlo sempre fino al Calvario, fino alla morte se vogliono prendere parte alla sua Gloria.
Nel nostro itinerario quaresimale verso la Pasqua anche noi dobbiamo accettare la prova immancabile delle nostre piccole croci quotidiane "Pre Crucem ad Lucem". "Come il chicco di grano che muore porta molto frutto....dalla morte rinasce la vita"
Gesù, il più bello tra i figli dell'uomo, si offre vittima innocente per la nostra salvezza; il Padre accetta il suo sacrificio redentore e dopo la sua morte di Croce, lo fa risorgere.
Ci aiuti la festa di San Giuseppe che celebriamo in Quaresima: Giuseppe con Maria per 30 anni a Nazareth ha contemplato il volto del Figlio di Dio e ora lo contempla in Cielo con tutti gli Angeli e i Santi. San Giuseppe patrono della Chiesa ci da una mano e ci sorride dandoci Gesù che sempre vediamo tra le sue braccia amorose.

Il tuo volto io cerco o Signore! Non nascondermi il tuo volto - salmo 26.9

Written by don Mario, Posted in commento