Il Venerabile Seminario Vescovile di Ferentino 1-1
per gentile concessione dell'autrice.
INTRODUZIONE
Conoscere la storia di un ‘istituzione significa apprezzarne maggiormente la funzionalità nel contesto sociale, in cui opera. Se, poi, questo istituto è il seminario vescovile, luogo ideale per la cura ed il perfezionamento della vocazione religiosa si capisce quanto sia necessario lo studio delle sue vicende storiche. Lo studio del passato non è sterile, ma è la chiave di lettura della realtà attuale.
Si deve a mons. Giovanni Di Stefano, rettore del seminario vescovile di Ferentino, la decisione di celebrare il terzo centenario del pio istituto con la pubblicazione di un volume sulla sua storia dal 1687, anno della fondazione, ad oggi.
Anche se la ricerca delle fonti è stata laboriosa, tuttavia ha dato notevoli soddisfazioni. A mano a mano che i documenti venivano alla luce nella paziente indagine negli archivi, si è delineata la storia del seminario di Ferentino, un istituto nato dal disegno degli Ordinari e dalla collaborazione con le forze più
vitali degli organismi religiosi diocesani.
Questo volume sviluppa la narrazione dei fatti secondo l’ordine cronologico degli avvenimenti. Dopo aver analizzato la situazione storico culturale della diocesi di Ferentino nella seconda metà del XVI secolo e dopo aver accennato alle fasi della fondazione del seminario vescovile, il racconto continua con la riflessione sui regolamenti organizzativi dei vescovi Simone Gritti (1727) e Fabrizio Borgia (1753).
Nel secolo XVIII il seminario ferentinate conobbe un notevole sviluppo sia nell’ordinamento degli studi sia nella riorganizzazione edilizia dell’edificio, che ospitava i giovani seminaristi. La fama dell’istituto si diffuse ovunque tanto che nel XIX secolo molti giovani, provenienti dalle Puglie, dall’Abruzzo, dalla Sardegna, dalla Campania, chiesero di esservi ammessi. Ciò avveniva perché già dagli inizi del secolo i Gesuiti erano divenuti maestri titolari del seminario e, dopo il 1870 entrarono ufficialmente a gestire anche la struttura organizzativa dell‘istituto. L’attività della Compagnia di Gesù durò fino al 1923, quando per mancanza di elementi validi, la Compagnia dovette lasciare il Seminario alla direzione del clero diocesano.
Dopo il primo disorientamento, causai o dall’acquisizione di una responsabilità molto gravosa, come è
quella della formazione degli aspiranti al sacerdozio, i nuovi amministratori seppero dare slancio al
seminario ferentinate, che ancora oggi mantiene inalterata la sua finalità essenziale: essere il vivarium
delle vocazioni sacerdotali.
Nel mio lavoro di ricerca sono stata sorretta dalla fiducia del rettore del seminario, mons. Giovanni di
Stefano, cui va il mio ringraziamento che estendo al padre ferentinate Silio Giorgi S.J., che mi ha aiutato a
ricercare nell’Archivio della provincia Romana della Compagnia di Gesù.
© L’autrice Prof.ssa Biancamaria Valeri -------- per info http://www.seminarioferentino.com/
CAPITOLO I
LA FONDAZIONE DEL SEMINARIO DIOCESANO DI FERENTINO
§ 1. Lo stato della diocesi dopo il Concilio di Trento
Nel 1585 il vescovo Silvio Galassi prese possesso della diocesi ferentinate, a lui affidata; subito decise di
svolgere una visita pastorale per poter conoscere più approfonditamente le necessità e la situazione
spirituale del suo gregge (1).
La realtà della diocesi non era confortante perché lo spirito religioso languiva; anche se tra i fedeli non si
manifestavano clamorosi casi di peccatori, tuttavia la pratica dei sacramenti era molto tiepida
specialmente nei centri minori della diocesi (2). Il disagio morale delle popolazioni, lasciate in balia della
più ingenua superstizione, praticata da molti diocesani (3), non era compreso dal clero, il più delle volte
preoccupato di accumulare benefici ecclesiastici o di difendere prerogative o privilegi feudali.
Il ceto ecclesiastico, quindi, non brillava per zelo pastorale e nemmeno eccelleva nell’istruzione. Pochi
ecclesiastici all’esame del Galassi risultarono meritori di elogio per la loro preparazione culturale; i più
ignoravano «litteras latinas» (4), la liturgia (5), il canto (6), inoltre non possedevano nemmeno i testi
sacri (la Bibbia) (7), il catechismo romano (8), i decreti di riforma del Concilio tridentino (9), i manuali più
noti in uso per i confessori, come la Summa Navarri (10) o la Summa Silvestrina (11).
Lo stato morale dei pastori era talvolta deplorevole: frequente il concubinaggio (12) ed i comportamenti
poco dignitosi, fomite di cattivo esempio per i fedeli (13). Il vescovo Galassi non si limitò solamente a
notare questi comportamenti ed a farli verbalizzare nella Visita, ma prese dei provvedimenti per eliminare
la condotta scandalosa del clero (14), cercando di ravvivare la sua vita spirituale, obbligando gli
ecclesiastici allo studio delle sacre lettere e delle opere teologiche, imponendo la conoscenza approfondita
dei decreti di riforma del Concilio di Trento (15).
Servendosi della sua notevole preparazione giuridica e dell’esempio formidabile del card. Carlo Borromeo,
il Galassi si prodigò nel riorganizzare le fondamenta cristiane della diocesi ferentinate. Tuttavia,
nonostante i suoi sforzi, il suo lavoro non fu completo, mancò alla sua attività di riformatore la risoluzione
di uno dei problemi più urgentemente richiesto dal Concilio tridentino: l’erezione del seminario.
Sembra strano che uno zelante pastore come il Galassi, che si era formato alla scuola del Borromeo e che,
durante il suo episcopato, cercò di incarnare le esigenze di riforma suscitate dal Concilio, abbia potuto
trascurare la necessità impellente di erigere il seminario diocesano. Con tale istituto il Vescovo ferentinate
avrebbe potuto facilmente sanare la piaga del clero indegno, avrebbe costituito una scuola dove formare
non solo la cultura del clero, ma anche la sua pietà e la sua spiritualità; avrebbe, quindi, giovato ancor di
più alla popolazione a lui soggetta, cosi avvilita nell’ignoranza e nella povertà.
Nel suo episcopato, cosi fecondo di attività riformatrice, non si ha il minimo accenno alla questione
riguardante il seminario.
È nemico della completezza storica il «naufragio» di gran parte dei documenti conservati negli archivi di
Ferentino; tuttavia una riflessione più attenta sulla storia, a noi nota, della cittadina ciociara può dare una
giustificazione del ritardo con cui il seminario venne eretto in diocesi.
Il Concilio di Trento nella sessione XXIII, tenutasi il 15 luglio 1563, aveva stabilito che ogni cattedrale
dovesse mantenere, educare e formare nelle discipline scolastiche un certo numero di ragazzi della stessa
città e diocesi (certum puerorum ipsius civitatis et dioecesis numerum) in un collegio apposito, eretto dal
vescovo preferibilmente in prossimità della cattedrale. Tale collegio non avrebbe solo dovuto preparare gli
ecclesiastici per il servizio della cattedrale, ma avrebbe dovuto essere Dei ministrorum perpetuum
seminarium, un perpetuo vivaio di ministri di Dio (sess. XXIII cap. 18).
Il Concilio stabiliva che nel seminario venissero accolti ragazzi di almeno dodici anni, nati da legittimo
matrimonio, che sapessero sufficientemente leggere e scrivere. I giovinetti, orientati al sacerdozio
sarebbero stati scelti soprattutto tra i figli dei poveri, senza però escludere quelli dei ricchi. Essi durante il
corso di studi avrebbero appreso la grammatica, il canto, la Sacra Scrittura, le opere di scienza
ecclesiastica, le omelie dei santi e ciò che sarebbe stato necessario per amministrare i sacramenti (16).
L’esecuzione del decreto presentò subito notevoli difficoltà specialmente per il reperimento dei sussidi
economici e per il reclutamento di superiori e docenti idonei. Gli oneri di natura economica ritardarono la
fondazione dei seminari in molte diocesi italiane, nonostante che il Concilio tridentino, in previsione delle
difficoltà pecuniarie, avesse stabilito anche la creazione di un’apposita tassa pro Seminario.
Ostacoli economici impedirono al Galassi, dunque, di erigere il seminario. Infatti la sua diocesi non era
molto ricca: vi circolava poco la moneta, era per la maggior parte dei centri sottoposta alla baronia
feudale di grandi casate romane (17). L’economia non era florida e gran parte dei territori, appartenenti
alla Chiesa, erano concessi in enfiteusi con redditi non sempre sufficienti al sostentamento dei coloni, che
spesso ricorrevano all’usura (18).
Grazie alla visita pastorale del 1585 il Vescovo poté tracciare una pianta abbastanza fedele e minuziosa
della proprietà ecclesiastica e, ordinando di ristrutturare gli archivi parrocchiali, predispose un piano per il
recupero dei beni ecclesiastici occupati illecitamente (19). Questo lavoro di riordinamento della proprietà
ecclesiastica nella diocesi ferentinate fu preliminare all’individuazione di quei benefici, che potevano
essere utilizzati per l’istituzione del seminario diocesano.
Il clero di Ferentino, pur non avendo il seminario, nel XVI secolo poteva tuttavia usufruire di altre
istituzioni scolastiche, per migliorare la sua preparazione culturale. Nella città, dalla fine del XV secolo,
funzionava una scuola di retorica, fondata dall’umanista Martino Filetico (20) e tale istituto, per espressa
volontà del testatore, doveva istruire gratuitamente i giovinetti di Ferentino e del territorio. Nei centri
minori della diocesi erano aperte scuole pubbliche di grammatica, retorica e logica, i cui insegnanti
appartenevano al clero cittadino (21).
Il Galassi nella sua visita del 1585 impose ai maestri delle scuole laiche di inserire nel curriculum degli
studi materie attinenti le discipline ecclesiastiche e li invitò, in conformità con quanto consigliava il cap. 18
della XXIII sessione del Concilio tridentino, a provvedere che gli allievi «ogni giorno assistano al sacrificio
della Messa e confessino i loro peccati almeno ogni mese, che ricevan il Corpo di nostro Signore Gesù
Cristo quando il loro confessore lo giudicherà opportuno, e che prestino servizio nei giorni festivi nella
chiesa cattedrale o nelle altre chiese del luogo».
Il Vescovo, quindi, essendo a conoscenza delle povere rendite della sua diocesi, non si preoccupò di
costruire il seminario, ma pensò di utilizzare le scuole pubbliche di grammatica per la formazione del suo
clero. Appena conseguita una discreta cultura, allora l’Ordinario concedeva all’ecclesiastico, avviato al
sacerdozio, di recarsi a Roma a completare gli studi (22) specialmente giuridici (23).
Il Galassi non volle gravare la diocesi di Ferentino con la spesa derivante dalla costruzione del vero e
proprio seminario; preferì adattarsi alla situazione di fatto, in attesa che si verificassero condizioni
economiche più favorevoli. D’altra parte la difficoltà che si presentava in Ferentino era la medesima in cui
si dibattevano le diocesi viciniori. Nella vicina città di Anagni già dal 1572 il vescovo Lomellino aveva
desiderato fondarvi un seminario; ma aveva dovuto accantonare il pio proposito per la scarsezza dei
mezzi finanziari in suo possesso. Cosicché solo nel 1609, durante l’episcopato di Antonio Seneca, tale
aspirazione poté realizzarsi (24). Nella diocesi di Alatri il vescovo Bonaventura Furlani nel 1588 fondò il
seminario diocesano, che fu aperto solo nel 1689 (25). In Veroli il vescovo Asteo nel 1611 costitui il
seminario, che solo nel 1652 cominciò effettivamente ad operare (26).
Se il decreto tridentino, che aveva reso obbligatoria l’erezione dei Seminari, per molti anni fu inefficace,
ciò dipese solo dalle difficoltose condizioni economiche delle diocesi del basso Lazio, non dalla negligenza
dei loro Vescovi (27).
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