Il Venerabile Seminario Vescovile di Ferentino 1-2
Capitolo 1°
© L’autrice Prof.ssa Biancamaria Valeri
§ 2. Le fasi della fondazione del seminario (un grazie al sito del seminario per la foto)
I primi tentativi per la creazione del seminario diocesano di Ferentino risalgono al vescovo Enea
Spennazzi, che resse la diocesi dal 1643 al 1658. Le sue premure approdarono all'emanazione di una
bolla, con la quale Innocenzo X il 15 ottobre 1652 sopprimeva alcuni benefici ecclesiastici per ricavarne
rendite e favorire la fondazione del seminario (28). Si addivenne alla chiusura dei conventi ferentinati dei
Domenicani (S. Domenico) e dei Carmelitani (S. Maria degli Angeli) e di quelli dei Conventuali di Prossedi
e Ceccano, perché ormai troppo esiguo era il numero dei religiosi in essi ospitato e le rendite non
permettevano più una vita dignitosa.
Il prefetto della congregazione super statu Regularium, il cardinale Spada, da Roma il 1° luglio 1653,
trasmise al Vescovo ferentinate la bolla di Innocenzo X, che decretava anche il modo di applicazione e di
ripartizione delle rendite dei benefici soppressi: al seminario diocesano sarebbero stati assegnati solo i
redditi dei conventi domenicano e carmelitano di Ferentino, unitamente ai 100 scudi, che un pio testatore
aveva lasciato per lo stipendio del maestro di scuola. Quanto ai religiosi, che tardavano ad abbandonare le
loro sedi ferentinati, l'Ordinario doveva sollecitarne la partenza definitiva (29).
Nonostante questa decisione drastica, dettata da esigenze economiche, ancora era lontano dalla
realizzazione il proposito di erigere il seminario. Erano trascorsi dal decreto di riforma sui seminari,
emanato dal Concilio tridentino, novant'anni, ma la situazione economica ferentinate faceva prevedere
altri ritardi. In questo lungo periodo di attesa si stavano, però, gettando le basi per poter con più facilità
erigere il pio istituto (30).
La realizzazione del progetto fu ritardata anche dalle carestie e dalle epidemie, che funestarono la prima
metà del XVII secolo. Nel primo decennio del secolo la popolazione diocesana era stata decimata da una
grave pestilenza, che aveva ridotto gli abitanti a 9.575 unità, così distribuite per centro abitato (31):
Ferentino 2510
Supino 1789
Ceccano 1284
Giuliano di Roma 1053
Patrica 879
Prossedi 796
Amaseno 696
Villa S. Stefano 399
Pisterzo 169
Tale decimazione aveva ritardato il miglioramento delle condizioni economiche, privando l'agricoltura di
forza lavoro e rendendo troppo oneroso per la popolazione il pagamento delle tasse ecclesiastiche. Molti
redditi di chiese e cappellanie si assottigliarono tanto da non essere più sufficienti al sostentamento del
beneficiato e ciò favorì quanto già aveva permesso il Concilio di Trento: il vescovo era autorizzato a
sopprimere e a fondere in un unione perpetua benefici troppo modesti (32).
Il peggioramento della situazione economica della diocesi ferentinate (33) favorì le fusioni dei benefici
ecclesiastici e permise la costituzione di un fondo di rendite, anche se poco consistenti, necessarie per la
fondazione del seminario.
Se mons. Enea Spennazzi riuscì soltanto ad ottenere l'unione dei benefici soppressi all'erigendo seminario
diocesano, più fortunato fu il vescovo Roncioni, che resse la diocesi dal 1658 al 1676. Ottavio Roncioni
riuscì a promuovere ancor di più l'attività pastorale del suo predecessore. Secondo la norma dal Concilio di
Trento impose una congrua tassazione alla mensa vescovile, ai benefici ed agli enti pii a favore del
seminario e nella congregazione del 10 ottobre 1664 elesse la cosiddetta «deputazione tridentina», ossia i
quattro deputati per amministrare le rendite del pio istituto (34).
L'Ordinario diocesano era membro di diritto della commissione, gli altri quattro membri erano eletti
secondo una precisa modalità: due scelti tra i componenti del Capitolo (uno eletto dal Vescovo, l'altro dal
Capitolo), due appartenenti al clero cittadino (uno eletto dal vescovo, l'altro dal clero secolare).
Tra gli oneri della deputazione tridentina vi era quello di nominare il rettore ed il prefetto del seminario, i
professori, di controllare la situazione economica dell'istituto e di prendere decisioni all'unanimità sulla
conduzione dei beni e delle rendite patrimoniali dell'istituto.
Il vescovo Roncioni il l° ottobre 1664 ebbe l'onore di nominare i primi deputati del seminario: in prima
congregazione dal Capitolo vennero scelti il can. Tiberio Santino ed il can. Giovanni Battista Tauco, in
seconda congregazione dal clero cittadino don Lelio Guadagnoli e don Magno Corazzini. Tali nominativi
vennero eletti considerando la probità e la disponibilità degli ecclesiastici (35). Nella stessa data il Vescovo
promulgò un editto con cui costituiva il seminario in conformità con quanto prescritto dal Concilio di
Trento.
Sarebbero stati ammessi giovani di età non minore di 12 anni: gli appartenenti ai ceti disagiati avrebbero
pagato una retta annuale di 18 scudi ciascuno, gli altri 30 scudi l'anno. Gli alunni sarebbero stati istruiti,
durante il corso di studi, da un maestro nella conoscenza della «grammatica, di Sacre Lettere, di scrivere
et altre bone discipline». Nel giorno stesso della pubblicazione dell'editto i padri di famiglia, abitanti in
Ferentino o nel territorio della diocesi, avrebbero dovuto presentare al vescovo e ai deputati i loro figlioli
desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica e «veramente accesi di voler servire a Dio et alla sua
S. Chiesa».
Al momento dell'iscrizione, dopo che i deputati si fossero informati sulla buona condotta e indole degli
aspiranti, i padri avrebbero dichiarato le generalità dei propri figli, indicando anche il nome del padre e
della madre, l'indirizzo, l'età e la «piena e vera informatione del habilità e stato suo».
Purtroppo non essendoci ancora rendite consistenti il vescovo, consigliato dai deputati del seminario,
aveva già tassato la mensa episcopale e capitolare «come del resto di tutte le entrate di prebende e
benefitii, abbatie, monasteri, hospitali, confraternite et altri beni ecclesiastici della città e diocesi... Tutti
quelli che sono stati tassati... debbono haver pagato per tutti li 25 del corrente mese de octobre la sua
rata in mano delle persone... a ciò destinate; e cosi successivamente negli anni a venire».
Il vescovo, inoltre, consigliava di unire al seminario benefici semplici: a chiunque si sarebbe prodigato in
tal senso, «parimenti si andarà sgravando ... la somma tassata» (36).
L'editto fu affisso il 19 ottobre del medesimo anno alla porta maggiore della Cattedrale e nella piazza del
comune dal Mandatario della curia episcopale Giacomo de Angelis; mentre il cancelliere Giulio de Andreis
si faceva carico di trasmettere le copie dell'editto, accompagnate da lettere circolari, nelle città sottoposte
alla giurisdizione diocesana di Ferentino, perché i vicari foranei le affiggessero alle porte delle collegiate e
ne dessero la più ampia pubblicità (37).
Il seminario di Ferentino era, dunque, stato eretto, rispettando tutte le formalità richieste dal Concilio di
Trento: tuttavia non si fa accenno ad una casa, che potesse ospitare i giovani seminaristi, né si
conservano documenti attestanti l'adesione del popolo alla deliberazione del vescovo Roncioni di
«ammettere» nel seminario giovani «delli più atti» sino al numero da lui «previsto» (38).
Può darsi che l'erezione, di cui si parla, non riguardi l'edificazione del seminario, ma solo la costituzione
ufficiale di un «seminarium», di un istituto specializzato per la formazione del clero diocesano, dipendente
direttamente dal vescovo, senza dover più ricorrere, come nel passato, alle scuole pubbliche di
grammatica e retorica.
Ottavio Roncioni chiude, quindi, la prassi consueta e si inserisce con decisione sulla scia riformatrice
indicata dal Concilio di Trento: la diocesi di Ferentino avrebbe avuto finalmente il suo seminario ed i suoi
sacerdoti avrebbero avuto fin dall'adolescenza un'istruzione degna del loro ministero. Per il momento non
era ancora urgente l'esigenza di un edificio apposito, dove ospitare i «seminaristi», che, forse sull'esempio
della diocesi di Sora (39), dimoravano con il vescovo, essendo l'episcopio di Ferentino molto vasto ed
accogliente.
Tuttavia il desiderio di mons. Roncioni era destinato a non aver fortuna, essendo troppo gravosa la retta
annua di 18 scudi per gli alunni «poveri» e 30 scudi per gli «altri». Nei seminari postridentini per lungo
tempo si mantenne la distinzione tra «alunni», mantenuti gratis, e «convittori», che si mantenevano
dietro compenso di una retta annua. Sembra, invece, dall'editto del Roncioni che tale distinzione fosse
solo in parte accettata: infatti anche i «poveri» dovevano versare un compenso pecuniario, anche se
minimo rispetto all'intera somma di 30 scudi. Ciò è giustificato se si pensa che ancora il seminario non
godeva di un consistente fondo patrimoniale. Il vescovo dovette applicare tasse sulle rendite
ecclesiastiche; ma non bastando l'introito, consigliava tanto ai sacerdoti che ai laici di unire al seminario
benefici semplici con l'accattivante proposta di sgravare, chi acconsentiva all'incentivo, dell'onere di
questa tassa pro Seminario.
Il vescovo Roncioni morì il 2 luglio 1676 senza veder progredire la sua iniziativa. Più favorevole
all'istituzione del seminario fu l'episcopato di Giancarlo Antonelli, che resse la diocesi dall'11 gennaio 1677
al 20 aprile 1694 (40). Il suo predecessore non era riuscito ad ottenere risultati positivi, perché troppo
tenue la consistenza dei redditi.
La Congregazione nel 1653 aveva concesso la facoltà di erigere il seminario, utilizzando i redditi dei due
conventi soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli: essi, infatti, ammontavano a 198 scudi e 65
baiocchi, troppo poco per poter mantenere un'istituzione così delicata e complessa (41). Perciò mons.
Antonelli decise di trovare altri cespiti d'entrata per favorire lo sviluppo ed il potenziamento del seminario
diocesano.
Il 3 aprile 1687 il vescovo Antonelli riunì il capitolo e gli espose il suo parere favorevole alla assegnazione
dei beni dei conventi soppressi e dei 100 scudi, lascito testamentario per il pagamento dello stipendio al
maestro della scuola cittadina, al seminario diocesano (42). Avuta l'approvazione a tale disegno, subito il
vescovo riunì la congregazione per eleggere i nuovi deputati. Vennero nominati solo due sacerdoti: il can.
Giovanni Battista Bellà dal Capitolo e dal clero cittadino l'abate parroco di S. Maria Maggiore Ambrogio
Squanquarilli (43).
La riunione si protrasse fino a tarda ora e si rimandò al giorno seguente, 4 aprile, l'elezione degli altri due
deputati della commissione tridentina «pro bono regimine et manutentione seminarii»: dal capitolo il
cancelliere episcopale Marsilio Agnei e «de clero civitatis» Francesco Antonio Gizzi. In quel medesimo
giorno fu decretata la definitiva e perpetua annessione dei due conventi soppressi; inoltre si stabilì di
istituire la tassa pro Seminario da applicare ai capitoli, chiese, benefici e luoghi pii tanto della diocesi che
della città. Fu incaricato di esigere tale imposta il canonico Domenico Antonio de Gasperis (44).
Intanto nella bolla episcopale, emanata il giorno precedente, il vescovo aveva espresso il desiderio di
aggregare al Seminario anche le rendite della cappellania di S. Pietro in Vincoli, vacante per la morte del
cappellano Magno Corazzini, di giuspatronato della Comunità, e delle altre cappellanie di giuspatronato
della Comunità vacanti per la morte dei loro cappellani: cappellania di S. Caterina e cappellania della
Conversione di S. Paolo (45).
Sulla cappellania di S. Pietro in Vincoli è necessario spendere qualche spiegazione, perché tale beneficio
implicò successivamente, nel corso del XIX secolo, un conflitto giurisdizionale con il Comune di Ferentino.
Tale cappella fu eretta il 4 marzo 1596 dal canonico Giovanni Leonini (46). Egli aveva avuto dal vescovo
Orazio Ciceroni e da Ercolano Masi, abate e rettore della chiesa di S. Maria Gaudenti, la licenza di
trasferire all'interno dell'edificio sacro una cappella esterna eretta vicino alla porta di ingresso e ormai
diruta. Costruita la nuova cappella, il Leonini la dotò, riservandosi solo il diritto di nominare il cappellano,
diritto che esercitò in vita e che lasciava, dopo la sua morte, al Comune di Ferentino. Il primo cappellano
fu Giovanni Battista Ciuffarella, chierico iniziato alla prima tonsura; il suo onere consisteva nel celebrare o
far celebrare due messe ogni settimana, al martedì e al sabato (47).
Essendo nel 1687 morto l'ultimo cappellano, il Comune di Ferentino, subentrato al Leonini nel diritto di
giuspatronato, decise il 6 aprile 1687 di non nominare più altri cappellani e di applicare al seminario i
redditi della cappellania, riservandosi il diritto di nominare ogni quinquennio ad un posto gratuito un
alunno scelto tra i cittadini.
Il 25 maggio, circa un mese dopo dalla deliberazione, si riunì il consiglio comunale per ratificarla. Erano
presenti i priori Plinio Bagalè, Giovanni Battista Gasbarra e Giovanni Battista Grappella, insieme con i
settantacinque assistenti e con la partecipazione del governatore Giuseppe de Sanctis. Presa la parola, il
primo consigliere Ambrogio de Gasperis chiese che venisse approvata con votazione la proposta di
passaggio ai seminario della cappellania di giuspatronato comunale. Solo dopo votazione favorevole si
poteva nominare l'alunno al posto gratuito.
Messa ai voti la prima parte della proposta (arringa) de Gasperis, risultò approvata con 74 voti favorevoli
(bianchi) contro un contrario (nero). Sempre il de Gasperis propose di nominare quattro consiglieri per la
scelta di almeno cinque nomi di concorrenti, i cui nomi sarebbero stati scritti su apposite «schedule», poi
estratte a sorte. I consiglieri eletti furono: Ambrogio de Gasperis, Ludovico de Gasperis, Camillo de
Sanctis e Marco Antonio Luciola. Furono poi designati i nomi dei concorrenti: Romualdo Francesco, Marco
Antonio Cialino, Carlo Fortunato Ulponi e Domenico Gasbarra. Fu estratto il nome di Marco Antonio
Cialino, che fu accettato in seminario solo il 4 giugno 1687 (48). Nella medesima data vennero accettate
le annessioni al seminario dei conventi soppressi e della cappellania di S. Pietro in Vincoli; furono aggiunti,
comprendendo la tassa sulla mensa episcopale e sul clero, altri 150 scudi annui (49).
Il vescovo Antonelli il 4 aprile 1687 promulgò un editto per avvertire la popolazione della sua diocesi che
venivano aperti i termini per l'iscrizione al seminario dei giovani aspiranti. Nel testo il vescovo ricalcava il
formulano del precedente editto del 1664 emanato da mons. Roncioni, pur introducendo alcune diversità
fondamentali.
Solo otto alunni «poveri», di età non superiore ai dodici anni, potevano essere accettati; gli altri giovani
desiderosi di intraprendere la carriera ecclesiastica, sarebbero stati considerati convittori con la retta di
due scudi al mese, pagati anticipatamente. Le condizioni per essere ammessi al sacro istituto, erano
quelle stabilite dal can. 18 della sess. XXIII del Concilio Tridentino con l'esplicita menzione che i giovani
dovevano mostrarsi «veramente accesi di voler servire a Dio et alla Santa Chiesa».
Trascorsi 10 giorni dalla pubblicazione dell'editto e dalla sua affissione nei luoghi stabiliti (piazza del
Comune e porta maggiore della Cattedrale in Ferentino; porte delle chiese maggiori negli altri centri della
diocesi), venivano aperte le iscrizioni per gli aspiranti ai posti gratuiti, che sarebbero stati selezionati in
base al criterio della attitudine al sacerdozio. Dopo l'ammissione e la presentazione dei documenti di rito
comprovanti il nome, l'età, la paternità e l'indirizzo, sarebbero iniziate le lezioni, impartite da maestri di
grammatica, sacre lettere, «humanità», retorica ed altre «buone discipline».
Concludeva il testo dell'editto la nota delle rendite patrimoniali del seminario: l'unione dei conventi
soppressi di S. Domenico e S. Maria degli Angeli e gli introiti derivanti dalla tassa permanente applicata ai
benefici ecclesiastici, tassazione distinta in due rate annuali da pagarsi la prima entro il mese di maggio e
la seconda entro il mese di novembre. Il Vescovo ventilava inoltre la proposta di eliminare (sgravare) tale
tassazione, previa fusione di benefici semplici al seminario (50).
Il tentativo del vescovo Antonelli ebbe subito vasta risonanza in città e in diocesi. Il Comune si affrettò a
concedere le cappellanie di suo giuspatronato erette in S. Maria Gaudenti, per favorire maggiormente
l'inizio del nuovo istituto. Anche le famiglie ferentinati risposero all'invito dell'Ordinario e gli presentarono i
loro figli, desiderando usufruire della possibilità di partecipare all'assegnazione degli otto posti gratuiti.
Il 26 maggio 1687, il giorno successivo alla riunione consiliare in cui il Comune nominava alunno del
seminario Marco Antonio Cialino, figlio di Giuseppe (51), la deputazione tridentina eleggeva, tra quelli che
si erano presentati, quattro alunni per il quinquennio 1687 1692: Romualdo Mancini, figlio di Giacinto,
Giuseppe Collalti, figlio di Giacinto, Orazio Vellucci, figlio di Carlo Ambrogio, e Giuseppe Antonio Tartaglia,
figlio di Ambrogio (52).
La commissione avrebbe dovuto scegliere otto nominativi di alunni, invece ne scelse solo quattro. Non
furono conservate, purtroppo, le domande di iscrizione relative al primo quinquennio dell'attività scolastica
del seminario, per cui non si sa se si presentarono solo in quattro all'esame di selezione o se furono più di
quattro. Sta di fatto che il bando di concorso fu emanato il 4 aprile 1687 e le domande potevano pervenire
alla commissione dei deputati a partire dal 14 del medesimo mese ed anno senza limitazioni di sorta.
La deputazione tridentina ebbe circa 40 giorni a disposizione per esaminare le richieste di ammissione,
raccogliere informazioni sui candidati e condurre le prove di esame per scegliere i giovani più idonei al
sacerdozio. Quindi il lavoro della commissione fu svolto con prudenza e serietà. Poiché il numero degli
alunni, ammessi a godere gratuitamente del posto in seminario, era la metà esatta del numero previsto,
successivamente si aprì l'ingresso anche ai convittori, che avrebbero sborsato annualmente una retta pari
a 24 scudi l'anno. Tale retta sarebbe stata utilizzata per coprire le spese per il vitto e alloggio e per lo
stipendio ai superiori e ai docenti (53). Furono accettati come convittori per il medesimo quinquennio: da
Ferentino Vincenzo Luciola e Giacomo Bellà, da Patrica Pietro Getulio Stella e da Frosinone Germano e
Giuseppe Imperiali (54).
Il seminario diocesano aveva i suoi alunni ed i suoi convittori, ma mancava l'edificio che li potesse
accogliere dignitosamente Il vescovo Antonelli, allora, il 31 maggio 1687 riunì la deputazione tridentina e
le sottopose la sua proposta di reperire necessariamente un edificio per comoda e dignitosa abitazione dei
seminaristi e dei loro superiori. La commissione espresse parere favorevole ad utilizzare gli edifici di
proprietà dei canonici della cattedrale e della parrocchia di S. Ippolito «insimul connexos cum suo horto»,
posti nel centro abitato nel territorio della parrocchia di S. Maria Gaudenti. Il verbale della riunione è
molto preciso nell'indicare i confini della proprietà: le case confinavano con i beni dei signori de Mariis,
passati poi in proprietà alla signora Cecilia Loira, erano delimitati per due lati con le vie pubbliche e per
l'ultimo lato con i beni di proprietà dei Canonici concessi in enfiteusi a Giovanni Battista Mazzolo.
Il Concilio di Trento aveva suggerito nel can. 18 della sessione XXIII la necessità che il seminario fosse
vicino alla Cattedrale, dovendo i chierici servire in essa; pur non verificandosi in Ferentino tale
opportunità, ma dovendosi reperire urgentemente un fabbricato per alloggiare i dieci seminaristi e
dovendo finalmente dare l'avvio al funzionamento ufficiale e definitivo dell'Istituto, il vescovo Antonelli
accettò la proposta della deputazione tridentina, anche perché l'edificio prescelto era già di proprietà
ecclesiastica e quindi non si sarebbe dovuto pagare alcun affitto. Subito il Vescovo inviò il suo vicario
generale, il can. Giulio de Andreis, per ispezionare tali edifici e verificare la loro abitabilità; infatti vi si
dovevano ammettere i cinque alunni, scelti nelle congregazioni del 25-26 maggio 1687.
Intanto l'Ordinario diocesano aveva eletto rettore del seminario don Antonio Ciafroni, abate di S. Ippolito
(55). Nella stessa giornata del 31 maggio il vicario generale de Andreis si diresse verso la nuova sede del
Seminario uscendo processionalmente dalla cattedrale con i canonici e maestri di cerimonie Sante Santino
e Giuseppe Infussi, i canonici Giovanni Battista Bellà e Francesco Antonio de Andreis, l'abate Ambrogio
Squanquarilli, il deputato Francesco Gizzi, Domenico Antonio de Gasperis, Francesco Antonio Matulano,
l'abate Giacinto Ciuffarella, Michelangelo Pagella, Ambrogio de Gasperis, Pietro Paolo Squanquarilli. La
cerimonia di benedizione del nuovo seminario fu molto suggestiva: il canonico Giulio de Andreis benedisse
l'edificio, lo proclamò pubblicamente seminario diocesano e vi introdusse i chierici. Al rettore Antonio
Ciafroni consegnò le chiavi e con tale atto ufficiale gli riconobbe l'autorità di proteggere, istruire e far
progredire nella cultura e nella pietà i cinque alunni a lui affidati (56).
Le costituzioni e le regole dei seminari post-tridentini ricalcarono uno schema uniforme: non solo vennero
seguite le direttive tracciate dal concilio, ma si ritenne come modello insuperabile lo schema che la
Compagnia di Gesù aveva dato al Seminario Romano, in vigore fin dal 1571. La separazione tra
seminaristi e mondo esterno doveva essere netta e la formazione ascetica degli aspiranti al sacerdozio
doveva passare attraverso la meditazione, l'esame di coscienza e gli esercizi spirituali. Una eco di questa
intransigenza si legge nell'ultimo editto promulgato il 31 maggio 1687 dall'Ordinario, per impedire che
chiassi e schiamazzi potessero disturbare i seminaristi nel loro cammino ascetico.
Il seminario era stato eretto in un quartiere popoloso, per questo il Vescovo ordinò che nessuno, né di
notte né di giorno, osasse cantare, suonare, giocare (anche se si trattava di gioco lecito) nelle immediate
vicinanze del luogo pio, per evitare che gli alunni fossero allontanati dalle «virtù e bone e sante
educationi, prescritti dal Sacro Concilio tridentino». Chi contravveniva a tale ordine era condannato a
pagare 25 scudi, da applicarsi al medesimo seminario o ad altri luoghi pii. Nella pena era accomunato
anche chi avrebbe favorito i disturbatori. Il Vescovo fu intransigente, dichiarando che «si procederà con
ogni rigore, senza speranza di alcuna gratia, anco per inquisitione o denuntia di legato esploratore per
mezzo del giuramento». Quindi ci sarebbero stati anche degli inviati episcopali destinati a controllare che
l'editto fosse osservato e rispettato (57).
Il 6 giugno del medesimo anno Giancarlo Antonelli con soddisfazione unì altri benefici al seminario, perché
le tre possessioni di San Domenico, S. Maria degli Angeli e della Cappellania di S. Pietro in Vincoli non
erano sufficienti a sostenere le esigenze degli otto seminaristi, cinque alunni e tre convittori.
Il Vescovo riuscì ad aggiungere, per la mancanza dei cappellani, 22 benefici semplici alle rendite
dell'istituto: di questi benefici sei erano di giuspatronato di Francesco Rosini (58), otto di Giovan Pietro
Strada (59), cinque del Fede (61), uno chierico Francesco de Angelis in S. Ippolito (62).
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