XXVI Domenica del tempo Ordinario/A
Meglio le prostitute - http://www.parrocchiauniversitaria.it

I
n quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».
(dal Vangelo di Matteo 21,28-32)
M
i sarei profondamente offeso anche io se qualcuno mi avesse detto che le prostitute e i ladri sono meglio di me. Ecco perchè capisco la collera continua di certa gente attorno a Gesù. Diciamo pure che quando voleva scuotere gli animi non risparmiava argomenti e paragoni. Ma la questione è molto più profonda del semplice buon nome, di borghese memoria, di cui nel vangelo di oggi viene fatto pubblico attacco. La questione cruciale del Vangelo è la differenza tra il dire e il fare. Molto del nostro cristianesimo ha solo l'etichetta dei propositi, è solo un parlare, un desiderare, un mettere a credere. Noi salviamo solo la faccia, ma la sostanza invece è altrove. il cuore è nel fango e il viso invece è profumato. Crediamo che l'importante è salvare l'apparenza, e così recitiamo innumerevoli copioni davanti agli altri, alla gente che amiamo, ai nostri colleghi, e persino davanti alla nostra coscienza. Dentro di noi, in fondo al nostro cuore invece si consuma una vita senza direzione, senza vere scelte, senza la pretesa di felicità vera che trasfigura tutto. Noi pensiamo che basta emozionarsi per qualcosa per dire a noi stessi e agli altri di averla davvero vissuta. Nella fede, ciò che conta, non è la facile emozione, nella fede conta la fatica di mantenere una decisione vera, radicale, asciutta, unica, esclusiva rispetta alla propria vita. Noi confondiamo la Verità o l'Amore con l'emozione, mentre la Verità e l'Amore a volte non emozionano affatto, ma sono assolutamente esigenti nei confronti della nostra libertà. Non danno zuccherini, esigono carattere da parte nostra. Una vita senza carattere, una vita senza la fatica dlel'amore, della verità, della fede è solo apparenza, è solo salvare la faccia. Per questo i ladri e le prostitute sono meglio di noi, perchè avendo toccato il fango esterno oltre quello interno, sono più predisposti a mettersi in gioco profondamente davanti al messaggio di Cristo. Lo prendono più sul serio, lo seguono davvero. Noi, invece, Gesù e la fede, li cestiniamo subito appena ci ricordano la 'fatica' del vivere. Di Gesù vorremmo solo la 'gioia' di vivere, ma una gioia che non ci costa nulla in termini di libertà, di impegno, di sacrificio, di compromissione personale, allora non è una gioia affidabile, è la solita fregatura che il male ci svende, mescolando le cose vere con le cose finte. Diffidate dalle cose gratis. E lo sanno bene le prostitue e i ladri, tutto ha un prezzo, ma quello che fissa Dio non comporta rinunce legate alla nostra dignità, alla nostra libertà, al senso della nostra vita. Il mondo e le sue logiche ci domandano di pagare in termini di dignità, carattere, libertà. Cristo stabilisce un prezzo faticoso ma umano, e questo prezzo è la nostra "decisione di fondo", quella che prendiamo nel cuore, quella che è più importante di ciò che diciamo con la bocca e che la si vede nel "fare" più che del "dire". Un detto dice che "tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare", il vangelo corregge questo detto dicendo che "tra il dire e il fare ci siamo di mezzo noi e la nostra libertà". (La vignetta è di don Giovanni Berti)



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